Bruno

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Bruno portava il cognome della madre. Per uno come lui, che viveva in un piccolo paese rurale era una specie di marchio, più discreto e meno ufficiale della sigla “n. n.” scritta sulla carta d’identità alla voce “padre”. Questo non rappresentava un grosso problema. Abitare in una piccola comunità aveva i suoi pregi: nessuno gli aveva mai fatto pesare quella condizione, inoltre la ristretta popolazione locale era per la maggior parte analfabeta e viveva di lento e duro lavoro nei campi. Era una piccola comunità di mezzi bastardi, diseredati e senza dote che faticava a far differenze. Tanto più che i documenti che si portavano in tasca valevano meno di zero. Il rispetto e la pubblica stima si guadagnavano mostrando i muscoli della fatica, il volto consunto delle tribolazioni quotidiane che avvenivano ineluttabili in qualsiasi condizione meteorologica. Nelle mani callose dei braccianti il gelo dell’inverno scavava profondi solchi, pazientemente ingrigiti dai continui attriti con il legno e il ferro degli arnesi. Mentre le estati torride ed accecanti lasciavano attorno agli occhi delle persone una mappatura del tempo trascorso, come fosse il lenzuolo stropicciato del mattino che porta il ricordo di un sonno difficile. Le giornate passavano faticosamente e per tutti c’era la piccola consolazione della sera che scendeva regolare e placida sotto la luce dei pochi lampioni piantati un po’ a caso sulle strade polverose. I paesani si trascinavano lenti, a bordo delle loro biciclette nere e sgangherate, per riunirsi nel bar, unico luogo deputato alla libera conversazione, allo svago ed al sollievo dal lavoro. Qui, quasi automaticamente si formavano piccoli accrocchi di persone, solitamente quattro o cinque, intenti a giocare a carte e a dar vita ad un variopinto teatrino di turpiloqui e frasi dialettali, circondati dall’odore del caffè e dalle spirali del fumo di sigarette nazionali comprate sfuse. Il bracciante, il commesso, il barbiere, il muratore e tutte le altre comparse di un’operetta senza colpi di scena se ne stavano lì, assieme, senza distinzione, in un innocuo e democratico campione statistico che bastava a descrivere lo scenario sociale del luogo in maniera quasi completa. C’era sempre anche Bruno, con il suo nome e il suo cognome che poco importava. Aveva un volto quadrato e serio, capelli scuri e ben piantati sulla testa, due occhi profondi e grandi. Bruno aveva un bel portamento, nonostante le sue modeste origini: era un ragazzone robusto ma non pesante, alto ma ben proporzionato, indossava abiti modesti ma dignitosi e, per quanto possibile, eleganti; non fosse stato un contadino si sarebbe detto potesse essere un signorotto di provincia dedito agli sport. Era noto per avere un carattere affabile e testardo, aperto e sincero, cosa che lo rendeva ben voluto ai più che volentieri intrattenevano con lui discussioni e partite a carte.

Durante il giorno Bruno si dava da fare, era l’uomo di casa, aveva una madre a carico, e il fatto non lo disturbava minimamente. Era agricoltore (o contadino come preferiva definirsi) alla stregua di tutti gli altri. La terra che lavorava era sparsa un po’ qua e un po’ là, attorno al paese e qualche brandello si estendeva fino al paese vicino. Ogni giorno era buono per farci un salto in bicicletta, controllare cosa stava spuntando dal terreno, come stava crescendo, quanto era maturo; quando era il caso poi ci si organizzava per i giorni seguenti, si recuperava un trattore e si faceva ciò che era necessario. Una frenesia lenta e ritmata, in cui il crepitio della catena della bicicletta si mescolava con i rombi assordanti delle prime fumose macchine agricole, il puzzo di carburante grossolano con il profumo dei campi, le camicie della festa con gli scarponi due taglie più grandi infangati fino alla caviglia.

Aveva un fratello maggiore con più di dieci anni di differenza. Il fratello sì, lui aveva il cognome del padre, che era tra l’altro padre di entrambi, così come la madre. Stesso padre, stessa madre, ma due cognomi differenti: difficoltà del tempo che passa, delle vicende umane che si attorcigliano sempre in maniera sbagliata. O più semplicemente colpa di un padre salta fossi che amava cambiare fienile troppo spesso e di una madre troppo ingenua che lo accolse per ben due volte a distanza di molto tempo (o forse molte volte e regolarmente, ma non si saprà mai): senza garanzie, come si direbbe adesso. Comunque Bruno era cresciuto agricoltore, ma non possedeva la sua terra. Il fratello invece era commerciante, ma aveva terreni a suo nome, che guarda caso erano esattamente quelli coltivati da Bruno. Tra i due non correva nessun tipo di invidia o competizione. Erano molto legati, sinceramente affezionati e si prendevano cura della madre in maniera equa e costante. Non fosse stato per la vistosa assenza di un padre si sarebbe detto che fossero una famiglia perfetta, senza alcuna pecca.

Fu proprio per questo motivo che, allo scoccare della guerra, Bruno – che era sempre agricoltore – partì per il fronte, mentre il fratello – che era sempre commerciante – fu dispensato dalle armi perché possidente terriero e quindi necessario al sostentamento delle truppe. Il fatto che poi il terreno non producesse più niente per nessuno non era particolarmente interessante, ne’ per l’esercito, ne’ per le autorità e nemmeno per il popolino che aveva ben altro da pensare.

Bruno non si era opposto alla chiamata, e comunque non ne avrebbe avuto i mezzi. Non ne capiva molto di politica, sapeva che i fascisti alla fine avevano lasciato le cose così com’erano sempre state. Per lui e la sua famiglia non era mai mancato il pane sulla tavola, a volte non era proprio freschissimo, ma tutto sommato bastava masticare qualche volta in più. Sempre di pane si trattava e questo bastava. Gli avevano spiegato che i comunisti, quelli sì, volevano cambiare tutto: prendere la terra a tutti e poi ridistribuirla in parti uguali. Vai a sapere se poi non facevano errori e qualcuno rimaneva a bocca asciutta, figurarsi se qualcuno non si prendeva quel giro di aratro in più: con una striscia qua e una curva là, ci si potevano fare campi interi. Qualcuno ci avrebbe rimesso. Qualcuno ci rimette sempre. Per Bruno insomma non valeva la pena essere comunista. Prima di tutto perché sarebbe stato particolarmente sconveniente visto il periodo; e poi perché, in fin dei conti, la terra che lui lavorava, quella di suo fratello, non era pochissima ed era la fonte del suo sostentamento. Andava bene così.

Bruno, con poco entusiasmo, era partito, senza darsi troppa pena riguardo a cosa avrebbe trovato al fronte. Albania, giusto oltre l’Adriatico. Scoprì quasi immediatamente quanto era stato fortunato: lui apparteneva al secondo scaglione di fanteria e il piccolo (ma secondo alcuni fondamentale) Stato si era già fatto conquistare da trattati diplomatici imposti e dal primo scaglione dell’esercito arrivato settimane prima. Non era più necessario combattere, si doveva semplicemente rimanere a presidiare questo nuovo brandello d’Italia, sperando che tutto rimanesse fermo, fino alla fine. Niente fronte insomma, niente attacchi, niente bombe, niente fucili, una noia della quale si sarebbe potuto morire. Il problema fondamentale era far arrivare la sera, lo sapevano i soldati e lo sapevano anche i generali. Fu così che, una volta organizzata la base, Bruno venne messo nel posto che, dalla nascita, aveva conosciuto meglio, a parte il campo di frumento ovviamente: il caffè della truppa. Nonostante le sue frequentazioni serali piuttosto assidue non era mai stato dall’altra parte del bancone ma, per nulla impaurito e conscio della responsabilità connessa alla sua mansione, si dava da fare come non mai in questo nuovo compito che la nazione gli aveva affidato. Non ricevette una medaglia e d’altro canto nemmeno la desiderava.

Il mondo stava velocemente andando in cenere e nel frattempo lui doveva occuparsi di tazzine di caffè, bicchieri di vino torbido e sigarette dispensate due alla volta. Sarebbe potuta rimanere una villeggiatura coatta fino alla fine se qualche cervellone non avesse firmato un armistizio con gli americani. Non sapeva neanche chi fossero questi americani, né cosa volessero. Si era reso conto però che qualcuno aveva esagerato, che se un contadino era stato mandato a conquistare un pezzo di terra di là dal mare qualcun’altro se ne era probabilmente avuto a male. Poi le notizie, in un qualche modo, arrivavano e una mezza idea se l’erano fatta un po’ tutti. Diplomazia internazionale a parte, Bruno sapeva solo che i camerati tedeschi, ai quali serviva buon caffè italiano e nazionali senza filtro fino al giorno prima, adesso stavano disarmando lui e tutti gli italiani della base. Da barista a prigioniero di guerra, si ritrovò ben presto in un campo in Austria dove la noia la faceva da padrona proprio come in Albania. La differenza fondamentale era rappresentata dal cambio di menù: niente più caffè, sostituito da monoporzioni di sciacquatura di pentole e bucce di patata. Ma le bucce c’erano solo quando qualcuno riusciva a rubarle dal bidone dei rifiuti alla cucina degli ufficiali tedeschi. Insomma trattamenti vagamente disumani ma niente che lascia una traccia indelebile nello spirito: solo tanta paura, molta fame e un po’ di freddo. Fu un esilio, più o meno. Il mondo girava, i disastri si susseguivano a ritmo serrato senza che lui ne potesse prendere parte. Una partita a carte seguita dall’angolo del tavolo, quando sei già stato sconfitto al primo giro. L’attesa dei perdenti.

Due anni dopo Bruno ritornava a casa, ritrovava la sua casa, sua moglie, sua madre, suo fratello, gli stessi campi che aveva lasciato e una giovinezza ormai perduta. Non era ne più ne meno di quello che era stato prima della guerra: un agricoltore o meglio, un contadino. Difficilmente raccontava la sua storia. Non saprei dire se fosse per un senso di vergogna (o rispetto) nei confronti di chi ci aveva rimesso tanto o per il fatto che, in un paese di partigiani, lui rimaneva un ex-soldato che aveva pur sempre vestito le insegne del fascio. Non era stato dalla parte dei vincenti ma nemmeno aveva l’onta d’esser stato sodale degli sconfitti. Non era stato un vero e proprio deportato, perché non era vittima, né si era mai sentito tale. Aveva avuto una serie di incidenti di percorso, come potremmo definirli oggi. Non era stato un combattente ma aveva combattuto una battaglia tutta sua per la sopravvivenza, silenziosa, non particolarmente degna di nota. Non era stato nemmeno un soldato, perché il suo fucile, in quasi quattro anni, non aveva sparato un colpo. Non un solo colpo. Forse era tutta lì la sua vittoria.